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Lui & Lei

Uno scambio equo


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
28.03.2026    |    800    |    0 9.0
"Si mise in ginocchio dietro di me, le mani ruvide da muratore che mi aprivano le natiche con gentilezza..."
Non mi piaceva nemmeno lui, a dire il vero. Era un tipo gentile, certo: mi salutava con un 'buongiorno' ogni mattina mentre uscivo di casa per andare al lavoro, e un 'buonanotte' la sera quando rientravo stanca morta. Rispondeva sempre ai miei messaggi, anche quelli banali su cosa fare per cena o sul tempo schifoso. Ma la moglie non gliela dava mai, questo lo sentivo bene dal mio appartamento accanto al loro. Litigavano di continuo, urla che attraversavano le pareti sottili: 'Sei un buono a nulla!', gridava lei, e lui borbottava qualcosa di incomprensibile, seguito da porte sbattute e silenzi tesi. Vivevo lì da due anni, in quel palazzo vecchio e rumoroso, e le loro liti erano diventate la colonna sonora della mia routine.

Lui si chiamava Marco, faceva il muratore quando lo chiamavano per qualche cantiere – lavoretti saltuari che lo tenevano fuori casa giusto il tempo di guadagnare due soldi. Altrimenti, se ne stava rintanato nel suo appartamento, con la TV accesa sul calcio e una birra in mano. Aveva una pancia enorme, più grande della mia, che si gonfiava tra pizza surgelate e birre da discount. I capelli erano lunghi e unti, il corpo coperto da una peluria folta che gli dava un'aria da orso domestico. Non era il mio tipo, decisamente: preferivo uomini più curati, con addominali scolpiti e barbe rifinite. Ma c'era qualcosa in quella sua gentilezza quotidiana che mi incuriosiva, un contrasto con la sua vita caotica.

Una sera d'autunno, pioveva a dirotto fuori, decisi di invitarlo a mangiare una pizza da me. Non so perché, forse per noia, forse per spezzare il ghiaccio dopo averlo sentito litigare di nuovo con la moglie quel pomeriggio. Gli mandai un messaggio: 'Ehi, ho ordinato una margherita gigante. Vuoi unirti? Ho birra in frigo.' Rispose subito: 'Arrivo, grazie. Qui è l'inferno stasera.' Bussò alla porta venti minuti dopo, con i capelli bagnati e una maglietta logora che gli tirava sulla pancia. Entrò, si tolse le scarpe infangate e si sedette sul divano, le gambe larghe come se fosse a casa sua.

Parlammo mentre aspettavamo la consegna. Mi raccontò delle solite liti: 'Lei non capisce, lavora tutto il giorno e torna stanca, ma io che faccio? Aspetto qui come un idiota.' Io annuivo, versandogli una birra. Come al solito, tirò in ballo le mie foto sui social – quelle in intimo da donna, con lingerie di pizzo e pose sensuali che postavo per sfogare la mia creatività. 'Sembri una modella in quelle foto', disse, gli occhi che saettavano sul mio telefono mentre glielo mostravo. Io risi, un po' imbarazzata. 'Non è che giro sempre così conciata. Ci vuole un sacco di tempo: trucco, parrucca, depilazione... È un hobby, non la vita reale.' Lui insistette, con un ghigno: 'Beh, sei sexy lo stesso. Mi fai venire voglia di guardarti meglio.' L'aria si fece più densa, ma la pizza arrivò e interruppe il momento, salvandomi da un rossore più evidente.

Mangiammo sul tavolo della cucina, le scatole aperte e il profumo di formaggio fuso che riempiva la stanza. Ridevamo di stupidaggini: il vicino del piano di sopra che russava come un trattore, il prezzo della benzina che saliva. Finimmo tutto, le bottiglie di birra vuote che rotolavano sul pavimento. Avevo voglia di cazzo quella sera, un desiderio improvviso e bruciante che mi saliva dal basso ventre. Forse era l'alcol, forse la solitudine, ma guardandolo lì, con la pancia che premeva contro il bordo del tavolo e i peli che sbucavano dal colletto, sentii un brivido. Era al naturale, senza fronzoli: opinabile esteticamente, con quella peluria diffusa sul petto e sulle braccia, ma aveva un fascino grezzo, animale.

Mi alzai, sparecchiai velocemente e mi avvicinai a lui. 'Vuoi un caffè?' chiesi, ma la mia voce era bassa, invitante. Lui scosse la testa, gli occhi fissi sulle mie labbra. Senza dire altro, mi inginocchiai tra le sue gambe, le mani che slacciavano la cintura dei suoi jeans larghi. Lui non protestò, solo un sospiro rauco mentre tiravo giù la zip. Il suo cazzo saltò fuori: un bel pezzo grosso, sui 14 cm di lunghezza, spesso e venoso, già mezzo duro per l'eccitazione. La pelle era calda, il glande arrossato, circondato da peli folti che lo rendevano ancora più primordiale.

Glielo presi in bocca senza preavviso, le labbra che si aprivano per avvolgerlo piano. La lingua sfiorò la base, salendo lungo l'asta fino alla cappella, assaggiando il sapore muschiato della sua eccitazione. Lui gemette forte, una mano che si posava sulla mia nuca, dita che si intrecciavano ai miei capelli. 'Cazzo, sì...', mormorò, e iniziò a spingere i fianchi in avanti. Mi scopava la bocca con ritmo lento ma deciso, il cazzo che entrava e usciva, sfregando contro il palato e la lingua. Lo succhiavo con avidità, la saliva che colava lungo l'asta, bagnando i peli alla base. Sentivo la sua pancia premere contro la mia fronte ogni volta che affondava più a fondo, il respiro affannoso che gli scuoteva il petto. Le mie mani gli accarezzavano le cosce pelose, stringendo la carne soda sotto.

Continuammo così per minuti che sembrarono eterni, il suo cazzo che pulsava in bocca, sempre più duro. Pensai di andare oltre, di sentire quel membro dentro di me. Mi alzai un attimo, andai in camera e presi un preservativo dal comodino. Tornai, glielo srotolai sul cazzo eretto con mani tremanti. Ma appena lo strinsi alla base, si ammosciò un po', perdendo turgore. 'Merda', borbottò lui, frustrato. Provai a muoverlo con la mano, a leccare la punta per ridargli vigore, la lingua che girava intorno al glande coperto di lattice. Funzionò per un momento: si indurì di nuovo, venoso e pronto. Ma quando riprovai a infilarglielo, stessa storia – si afflosciava, come se il condom lo soffocasse. Ci riprovai una seconda volta, lo succhiai fino a farlo gemere, la bocca piena del suo sapore misto a gomma. Niente da fare. Lasciai stare, ridendo piano per sdrammatizzare. 'Ok, cambiamo piano. Non fa niente.'

Mi girai, mi abbassai i pantaloni e le mutandine, offrendogli il culo nudo. Mi chinai sul tavolo, le natiche aperte, il buco esposto. 'Leccamelo', ordinai con voce ferma, e lui obbedì senza esitare. Si mise in ginocchio dietro di me, le mani ruvide da muratore che mi aprivano le natiche con gentilezza. La sua lingua calda e bagnata toccò prima la pelle intorno, leccando piano l'orlo sensibile. Era una goduria pura: la punta che premeva leggera, girava in cerchi lenti, poi si insinuava un po' dentro, esplorando le pareti strette. Gemevo forte, il corpo che tremava, spingendo indietro contro la sua faccia. I peli della sua barba mi grattavano piacevolmente le cosce, aggiungendo un contrasto ruvido al tocco umido della lingua. Lui leccava con avidità, succhiando la carne, la saliva che colava giù per le mie gambe. Mi vibrava tutto: il clitoride gonfio che sfregava contro il bordo del tavolo, la mia figa bagnata che pulsava di desiderio.

'Più dentro', lo incitai, e lui spinse la lingua più a fondo, scopandomi il culo con quel muscolo flessuoso. Alternava leccate ampie a spinte precise, la bocca che copriva ogni centimetro. Io ansimavo, le unghie che graffiavano il legno, persa in quel piacere anale che mi faceva impazzire. Dopo minuti di quel tormento delizioso, mi voltai, il viso arrossato e lucido di sudore. Il suo cazzo era di nuovo rigido, gonfio, puntato verso di me come un invito. Lo ripresi in bocca per l'ultima volta, le labbra che lo ingoiavano fino in fondo. Lo pompavo veloce, la testa che sbatteva in gola, le guance incavate per la suzione forte. Lui accelerò, afferrandomi la testa con entrambe le mani, scopandomi la bocca con spinte decise e ritmiche. 'Sto per venire, cazzo', avvertì con voce rauca, i muscoli tesi.

Non mi staccai, lo tenni lì mentre esplodeva. Mi riempì la faccia di sborra calda, fiotti densi e appiccicosi che schizzavano sulle guance, sul naso, sulle labbra aperte. Ne ingoiai un po', il sapore salato e amaro che mi riempiva la bocca, mentre il resto colava giù per il mento. Quella vista, il suo odore forte, mi mandò oltre il limite. Venni subito dopo, un orgasmo violento che mi squassò: schizzi fortissimi dalla mia figa che mi arrivarono persino in faccia, mescolandosi alla sua sborra in un caos bagnato e appiccicoso. Ansimavo, tremante sulle ginocchia, mentre lui mi guardava con un ghigno soddisfatto, il petto che si alzava e abbassava.

Ci ripulimmo piano, con salviette umide e risate nervose. 'È stato... intenso', disse lui, tirandosi su i pantaloni. Io annuii, ancora con il sapore in bocca. 'Già. Ma niente di più, ok? Solo questo.' Lui promise, ma nei giorni seguenti i messaggi si fecero più frequenti, con emoji maliziose e battute sul 'dolce dopo pizza'.

Da allora, è diventato un rituale. Ogni volta che sentivo le liti con la moglie, o quando avevo bisogno di sfogarmi, lo invitavo. A volte era per un caffè, altre per una birra, ma finiva sempre allo stesso modo. Mi faceva leccare il culo per ore: mi sdraiavo sul letto, le gambe spalancate, e lui si tuffava lì, la lingua che mi penetrava profondo, le mani che mi tenevano ferme. Io gemevo, dimenandomi, fino a bagnare le lenzuola con i miei umori. In cambio, gli davo un pompino: lo succhiavo piano all'inizio, assaporando ogni vena, poi acceleravo, portandolo al limite. Lui veniva sempre sulla faccia o in bocca, fiotti caldi che mi marchiavano la pelle. Niente penetrazione, niente condom falliti – solo quel baratto equo di piaceri orali.

Una volta, dopo una lite particolarmente furiosa – urla che mi avevano tenuta sveglia tutta la notte – lo chiamai di nascosto. Arrivò sudato, gli occhi rossi. 'Ho bisogno di staccare', disse. Io lo feci spogliare, il corpo peloso esposto sotto la luce fioca. Gli leccai prima io il cazzo, facendolo indurire, poi mi girai per il mio turno. La sua lingua sul mio culo era magica: girava, succhiava, entrava e usciva come un piston piccolo. Venni due volte solo con quello, il corpo inarcato, schizzi che bagnavano il suo viso. Lui rise, pulendosi. Poi lo ripresi in bocca, lo feci venire forte, ingoiando tutto stavolta.

Un'altra sera, durante un temporale, ci incontrammo nel corridoio. 'Entra un attimo', sussurrai. Chiuse la porta, e finimmo contro il muro: io in ginocchio per succhiarlo, lui che mi teneva la testa. Poi mi chinai sul lavandino, e lui mi leccò fino a farmi urlare piano, per non svegliare i vicini. Lo scambio era perfetto: lui si svuotava, io godevo di quel rimming bagnato e profondo. Niente complicazioni, solo piacere crudo tra vicini, in quel palazzo che custodiva i nostri segreti.
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